Come è nata la mia passione per i rifiuti

Lo shock di scoprire la situazione dei rifiuti nel mondo

Settembre 2018. Mi trovo a Puerto Vallarta, nella costa ovest del Messico. La città, che conta circa 250.000 abitanti, è immersa in una natura meravigliosa: colline di foresta tropicale che dall’entroterra arrivano fino all’oceano pacifico.

Oltre alla bellezza paesaggistica, rimango scioccato dalla spazzatura presente e dalla sua gestione. Durante il pomeriggio si cominciano a vedere cumuli di sacchi agli angoli delle strade. Gli abitanti le iniziano a portare dal pomeriggio fino alla sera, quando passa il camion della nettezza urbana per ritirarli. Nel frattempo però cani, gatti e topi aprono le buste per cercare qualcosa da mangiare. Non sono solo gli animali a rovistare tra la spazzatura, ma anche persone che in quelle buste cercano alcuni rifiuti che poi vendono in uno dei negozi che acquista prodotti riciclabili. Persone che trovano la loro principale fonte di reddito in questa attività. Sono loro i responsabili del riciclo dei rifiuti, in quanto non esiste un servizio pubblico di raccolta differenziata. Rimango sconvolto dall’arretratezza di quel sistema.

Inizio così a studiare l’industria dei rifiuti e mi rendo conto dell’emergenza nella quale viviamo e di cui siamo responsabili come esseri umani. Il problema dei rifiuti nel mondo è enorme ed è necessario intervenire, presto e in modo efficace. Comincio quindi ad immaginare possibili soluzioni, iniziando dalla città in cui mi trovo. Mi metto a ideare, insieme ad un piccolo gruppo di amici locali, un programma di riciclo ed educazione della popolazione.

Alla fine del 2018 vado in Italia per le feste natalizie e non torno più in Messico. Durante tutto il 2019 rimango in Italia e mi occupo di altro.

È solo all’inizio del 2020 che ricomincio ad occuparmi della questione dei rifiuti. Arrivato a San Paolo, capitale economica del Brasile, trovo una situazione dei rifiuti, disastrosa, molto simile a quella che avevo trovato in Messico. Riprendo a studiare il settore dei rifiuti e ad elaborare un piano per migliorarla, senza aspettare che il settore pubblico lo facesse.

Una strada del centro di San Paolo

A San Paolo ci sono migliaia di persone che, in modo autonomo e spontaneo, cercano, raccolgono, trasportano e rivendono i prodotti riciclabili che hanno valore economico: soprattutto carta, alcuni tipi di plastica e tutti i metalli (tra cui le abbondanti lattine di alluminio). Si chiamano catadores e, quelli che hanno un carretto (in brasiliano carroça), carroceiros.

Tio Helio, un carroceiro che abbiamo intervistato.

Sebbene siano responsabili di quasi la metà dei rifiuti che poi vengono riciclati, la maggior parte di loro sono poco organizzati. Girano continuamente per la città alla ricerca di carta, cartone, lattine e metalli che poi vendono in uno dei tanti negozi (chiamati sucata) che li acquistano. Alcuni di loro sono più organizzati: hanno un carretto con due ruote che può contenere centinaia di chilogrammi di materiali e che spingono e tirano a mano. Vari carroceiros hanno accordi con negozi, uffici e condomini residenziali che permettono loro di andare a prendere i prodotti. Una volta ritirati i sacchi di rifiuti, che per la maggior parte sono indifferenziati, passano ore a separarli. Il sistema è altamente inefficiente e voglio trovare un modo per aumentare la percentuale di riciclo e il reddito di queste persone.

Raimundo, un carroceiro che abbiamo intervistato.

In Brasile la percentuale di rifiuti riciclati nel 2011 era del 3% (Plano nacional de resíduos sólidos, 2011). Nella megalopoli brasiliana, la maggior parte dei rifiuti inviati alla filiera del riciclo avviene grazie al settore pubblico (per il 19%) e alle aziende private (37%). I raccoglitori informali contribuiscono al riciclo dei rifiuti per il 44% (Instituto de energia e ambiente da Universidade de São Paulo (USP), 2017).

Un dato di IBOPE (Instituto Brasileiro de opinião e estatística) del 2018 mi salta all’occhio: il 98% dei brasiliani pensa che il riciclo dei rifiuti sia importante per il futuro ma il 66% di loro sa poco o nulla su come si faccia la separazione domestica dei rifiuti. Da qui comprendo la necessità di educare le persone su come gestire i rifiuti in casa.

Trovo una persona che si appassiona al mio progetto: Matheus. Da piccolo, quando andava in giro con i suoi genitori, raccoglieva i rifiuti dalle strade per buttarli nei cestini che incontrava. Quando gli chiedevano cosa volesse fare da grande, rispondeva “il netturbino”. Comincia ad aiutarmi nello studio e soprattutto nel conoscere meglio le persone e il mercato, non su internet, ma nelle strade, come la teoria imprenditoriale consiglia.

Intervistiamo decine di raccoglitori informali di rifiuti, negozianti, persone comuni, manager dei condomini e pian piano elaboriamo un piano.

Oltre alla necessità di educare le persone, notiamo anche l’esigenza di mettere in contatto i raccoglitori informali di rifiuti con le persone che li generano in casa. Non siamo i primi ad aver avuto questa idea: da anni in Brasile esiste un’associazione, Pimp my Carroça, che si occupa dei diritti dei raccoglitori informali di rifiuti e che ne vuole migliorare la qualità di vita. Recentemente ha creato un’app, Cataki, che mette in contatto chi genera i rifiuti in casa con i raccoglitori informali. Tuttavia, non si occupa di educare le persone alla corretta gestione e separazione casalinga dei rifiuti.

Alcuni grandi condomini di San Paolo.

Elaboriamo un piano che prevede di stringere accordi con i manager dei condomini affinché loro ci permettano di fare un programma educativo per i condòmini e di far ritirare i rifiuti da un raccoglitore nostro partner. Il programma educativo prevede l’affissione di cartelli informativi nelle zone comuni del condominio (ingresso, ascensori, stanza dei rifiuti, stanza delle lavatrici e altri luoghi) con alcune informazioni base e con l’invito a scaricare l’app. Una volta sull’applicazione, ogni condomino può imparare passo passo come migliorare la propria gestione domestica dei rifiuti.

Altro elemento fondamentale della nostra idea è quello di mettere in contatto i raccoglitori informali con i condomini nostri partner. A tal fine pensiamo ad una app tipo Uber che permetta ai portieri dei condomini (responsabili della gestione della spazzatura) di comunicare tramite l’app quando i sacchi dei rifiuti riciclabili sono pieni. Il sistema invia una notifica ai raccoglitori di rifiuti nostri partner che scompare quando uno di loro accetta la chiamata.

I raccoglitori di rifiuti hanno uno smartphone e una connessione internet? Sottoponiamo questa domanda alle decine di loro che intervistiamo e la maggior parte ci risponde affermativamente. Questo non era un ostacolo come pensavamo.

Troviamo un nome per il nostro progetto: Realixo. In portoghese realizo (in italiano realizzo, in spagnolo realizo, in inglese realize), prima persona del verbo realizar, significa far diventare qualcosa reale, concreto, effettivo. Concepire chiaramente, capire. Convertire qualcosa in valore monetario. Lixo in portoghese significa spazzatura. La parola Realixo è un neologismo.

Scriviamo un business plan per presentarlo a potenziali investitori. Una volta pronto lo facciamo leggere ad alcuni amici e colleghi del mondo imprenditoriale e aziendale che ci danno i loro feedback.

Oltre a ragionare sui loro consigli, ci fermiamo per riflettere su tre punti molto importanti:

1. Vogliamo cominciare le operazioni in Brasile? Studiando il mercato dei rifiuti nel mondo ci siamo accorti che, nella maggior parte delle grandi città del Pianeta, ci sono condizioni simili a quelle presenti a San Paolo. Il progetto è quindi replicabile e, come si dice in gergo, scalabile. La situazione politica in Brasile è instabile e pericolosa, viste le minacce dell’attuale Presidente Bolsonaro di fare un colpo di Stato militare. Inoltre, il Real, la moneta nazionale, ha subito in soli tre mesi una svalutazione nei confronti del dollaro nordamericano e dell’euro, di oltre il 30%.

2. Vogliamo creare un’impresa profit o no-profit? Un’impresa for-profit ci può permettere di attirare molti capitali e quindi realizzare più rapidamente la nostra missione. D’altra parte una organizzazione no-profit ci può far ottenere il favore della popolazione che non mette in dubbio la bontà delle nostre intenzioni, libere dall’interesse egoistico rappresentato dal profitto. Inoltre, ci può far ottenere donazioni e finanziamenti da altri enti che li destinano solo ad organizzazioni no-profit.

3. Il business model che abbiamo individuato è adeguato? Nell’ottica di una organizzazione for-profit, abbiamo individuato un revenue-model nel quale ottenevamo una percentuale dalla vendita dei prodotti riciclabili. In pratica, stringiamo accordi con alcuni negozi che acquistano prodotti riciclabili (abbondantemente presenti in città). Quando uno dei raccoglitori di rifiuti nostri partner, dopo aver fatto il giro dei condomini con i quali abbiamo l’accordo, va a vendere i prodotti in uno dei negozi con i quali abbiamo una convenzione, il negozio non dà loro il 100% del valore degli stessi, ma una percentuale minore (abbiamo ipotizzato l’80 o il 90%). Questo modello, oltre ad altre criticità, corre il rischio di essere visto come uno sfruttamento del lavoro di queste persone, che fanno parte di una categoria fragile della popolazione perché non hanno pensione, stipendio fisso, assicurazione sanitaria e infortunistica. Inoltre, come ogni modello di business tipo Uber, ci può mettere di fronte alle critiche da parte dei raccoglitori informali e dell’opinione pubblica.

Ci prendiamo un tempo per pensare a questi importanti punti prima di scrivere la versione del business plan da presentare a possibili investitori/donatori.

Con Matheus, che nel frattempo era diventato ufficialmente il mio co-founder e CMO (Chief Marketing Officer) dell’impresa, decidiamo di valutare un altro Paese dove iniziare le operazioni. Per varie ragioni scegliamo il Messico, dove andiamo a ottobre 2020. Come avevamo già studiato online, per molte ragioni il Paese era simile al Brasile (e ad altri Paesi del mondo) e adatto alla nostra idea di business. Il nostro modello si poteva applicare anche lì. Passiamo tre mesi nel Paese, conducendo interviste e stringendo relazioni con vari attori del settore. Tuttavia, decidiamo di cominciare le operazioni in Brasile in quanto qui la percentuale dei rifiuti riciclata è più bassa, c’è una presenza più abbondante di raccoglitori informali, una più bassa diffusione del servizio pubblico di raccolta differenziata e una popolazione e reddito pro-capite più alto.

Decidiamo anche che la forma migliore per la nostra impresa sia quella for-profit proprio per la potenzialità di crescere rapidamente e poter operare in più Paesi nel mondo.

Da ultimo, cambiamo il modello di business. Individuiamo, tramite interviste personali e in profondità, una nicchia del mercato disposta a pagare per un servizio di raccolta differenziata dei prodotti. In Brasile, infatti, solo il 17% della popolazione è raggiunta dalla raccolta differenziata offerta dal settore pubblico. C’è un’enorme fetta della popolazione che non può farla, se non affidandosi proprio ai raccoglitori informali di rifiuti. Molte delle persone di questa nicchia (early adopters), vorrebbero anche avere una compostiera in casa ma non tutti la possono tenere (per i coinquilini, i genitori o i partner che sono contrari o per mancanza di spazi esterni). Inoltre, molti di loro a volte hanno dubbi su come separare i prodotti in casa (dove gettare cosa) e hanno difficoltà a condurre una vita zero waste (anche se vorrebbero).

Da qui la soluzione che abbiamo trovato: offrire un servizio di raccolta differenziata dei rifiuti e vari strumenti per condurre una vita zero waste. A ritirare effettivamente i rifiuti, un raccoglitore di rifiuti che mettiamo in regola, togliendolo dal mercato del lavoro nero. I rifiuti, che in realtà dovremmo cominciare a considerare prodotti di seconda mano dotati di valore economico, vengono portati in un magazzino in città e da lì destinati ai vari circuiti di riciclo e recupero.

Uno degli strumenti che offriamo ai nostri clienti abbonati è una app (simile a quella italiana Junker) che permette loro di scansionare il codice a barre dei prodotti e avere delle informazioni utili alla loro scelta di acquisto. L’idea è che, per non creare rifiuti, ogni persona deve essere capace anche di rifiutarsi di comprare determinati prodotti che, per varie ragioni, non possono essere riciclati. Questa app può aiutare anche a capire, una volta che la persona vuole liberarsi del prodotto (o del suo packaging), dove gettarlo. Molte persone, infatti, spesso hanno dubbi circa la corretta separazione casalinga dei prodotti.

La missione di Realixo è quella di accelerare la transizione verso un mondo zero waste. Per farlo, oltre ad offrire il servizio di raccolta dei prodotti riciclabili, vogliamo anche dare ai nostri clienti la possibilità di avere in casa prodotti locali, biologici e con un packaging che possa essere riciclato o riutilizzato.

Dopo aver testato il servizio a San Paolo, se i risultati ci daranno ragione, vogliamo espanderci prima nelle altre grandi città del Brasile, poi negli altri Paesi dell’America Latina, quindi in India, in Africa e in ogni altra grande città del mondo.

I have a dream: circular, ethical, and sustainable societies. I wake up every day to make it real. Founder and Ceo @ Realixo.

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